venerdì 24 settembre 2010

La chiesa scomparsa


di Raffaele Sari Bozzolo

Sull’isolotto detto della Maddalena o Maddalenetta, nel mezzo della rada di Alghero, prima che venisse eretto l’attuale faro di segnalazione costruito nel 1941, spiccava, fino alla seconda metà del XIX secolo, una chiesetta consacrata a Santa Maria Maddalena Penitente, dalla quale lo stretto lembo di terra e scogli ne derivò anticamente il toponimo.
La costruzione di questo tempio potrebbe risalire addirittura al XII sec., quando si edificò il forte della Maddalena che si affaccia sulla banchina principale del porto, a poche miglia dall’isolotto. Tale devozione si lega alla famiglia Doria, che la storiografia vuole fondatrice della nostra roccaforte, poiché essa aveva scelto come sua Santa protettrice proprio Maria Maddalena.
Della chiesetta sappiamo poco e – a dire il vero - non sembrano esserci neppure esaurienti documentazioni che confermino la descrizione più accreditata, secondo la quale essa era di base ottagonale, con un diametro di otto metri e occupava una superficie complessiva di 224 metri quadrati. Nell’interno dovevano esserci un altare maggiore dedicato a Santa Maria Maddalena e ai lati due altari minori, l’uno dedicato a San Pietro e l’altro alla Vergine di Porto Salve. La statua della Vergine di Porto Salve, oggi conservata in una nicchia dell’ingresso che dal porto immette in piazza Civica, è forse l’unico arredo sacro appartenuto a quella chiesetta giunto intatto fino a noi.
Nel 1526 la chiesetta dell’isola venne elevata al titolo canonicale quando il vescovo Michele Guglielmo Cassador fondò sei nuovi canonicati in Alghero.
Il canonico Carlo Mariotti, insegnante di fisica, fu l’ultimo sacerdote che celebrò la Messa in questa chiesetta circondata dal mare. Con una barchetta a remi, accompagnato dal suo sagrestano, vi si recava ogni domenica mattina e nei giorni di precetto. La messa qui era cara soprattutto ai pescatori, ma con l’arrivo della bella stagione, le fila dei fedeli in quel piccolo tempio s’infoltivano perché molte famiglie usavano trascorrere sull’isolotto intere giornate di festa tra spuntini, pesca e chiacchiere.
La chiesetta venne sconsacrata nella seconda metà del XIX secolo, successivamente – forse anche modificato nella sua forma esterna – la piccola costruzione funse da locale per la quarantena; definitivamente abbandonata alla furia degli elementi cadde in rovina e solo pochi brandelli dei suoi muri restarono visibili fino ai primi del ‘900.
Nel 1910 il sacerdote Don Antonio Mura lanciò la proposta alle autorità e alla popolazione di ricostruire la chiesetta, sottolineando il valore tanto simbolico, quanto architettonico di un’opera così particolare; per convincere gli scettici fece persino una campagna di volantinaggio e fece presenti i vantaggi per il turismo locale che potevano derivare da un così prezioso restauro. Nessuno raccolse la proposta e dei pochi resti del tempio non rimase traccia quando, ad un anno dall’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, praticamente sullo stesso basamento, venne costruito il faro di segnalazione che ancora oggi saluta la riva di Alghero. Segnalata nelle carte più antiche del nostro golfo, la chiesa o i suoi resti non compaiono in nessuna foto nota o realistica rappresentazione pittorica: uno strano destino per quel suggestivo avamposto della bella Alghero che compariva per primo a chi vi giungeva dal mare.

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