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venerdì 16 dicembre 2011

Alghero 1821: i tragici giorni del moto del pane (parte prima)





Più volte ricostruito, il tumulto frumentario del 1821 ad Alghero resta - ad oggi - una pagina tra le più tragiche ed oscure della storia cittadina. Tra coloro che ne hanno narrato i fatti e analizzato la dinamica, i pareri sono animatamente discordanti: chi vi vede l’eroica ribellione degli oppressi, chi la cieca e ottusa violenza della folla; chi la considera una specie di ineluttabile fatalità, chi il risultato di un’azione delinquenziale pilotata da un gruppo di manigoldi, chi l’inevitabile conseguenza di un conflitto sociale. Quasi tutti però concordano nel giudicare la repressione che spense quei moti sproporzionatamente feroce. Rileggendo la sentenza del processo che condannò coloro che vennero individuati come i principali responsabili dei disordini, si prova un brivido di sgomento nel ritrovarvi una crudeltà che s’immaginerebbe esclusiva di certi verdetti dell’Inquisizione e che sembra stonare con l’idea che si ha della società ottocentesca e del suo grado di civiltà. Tinte forti e fosche dipingono i fatti di quei giorni fatali. Il 25 marzo del 1821, nelle prime ore del pomeriggio nell’attuale piazza Civica, una piccola folla di cittadini assiste al transito di numerosi carri e cavalli che trasportano grano da stipare su un veliero in partenza dall’antistante banchina del porto. Alla luce di ciò che accadrà da lì a poco, è difficile immaginare che si tratti di persone che si ritrovano lì casualmente. Da tempo in città serpeggia un certo malcontento per il carovita e lo spettro della carestia è ben presente nella memoria collettiva poiché solo cinque anni prima attanagliava gran parte della popolazione; in quello stesso anno da più parti è giunto l’eco di rivolte e moti popolari per il prezzo del pane sempre crescente. L’ennesimo rincaro dei forni cittadini e le voci di un presunto scarseggiare della farina fanno guardare con sospetto quel carico di grano locale in partenza per altri lidi; qualcuno non perde l’occasione per sobillare gli astanti, la tensione sale e la folla si stringe minacciosa intorno ai cavalli impedendogli di raggiungere la banchina dove è attraccato il veliero che ne attende il carico. La merce, regolarmente venduta dal commerciante algherese Stefano Piccinelli, destinata al pastificio Berardi e Figli di Oneglia non deve lasciare il porto. Qualcuno prende coraggio e comincia a gridare minaccioso e a scaldare gli animi di tutti prefigurando scenari di ormai prossima carestia, accusando i commercianti di ordire trame speculative ai danni del popolo. L’accusa d’affamare la gente per il proprio arricchimento è poco originale, ma sempre efficace quando si tratta di destare lo sdegno della folla. Qualcuno ha cominciato a scaricare i sacchi dai dorsi dei cavalli e a distribuire quel grano a prezzi politici. Si sta procedendo a quello che da una parte si direbbe un esproprio proletario, d’altra un furto. Nessuno sembra volerlo o poterlo impedire. La situazione è ormai precipitata. I fratelli Canellas, Antonio Luigi, Antonio Michele e Giuseppe, con il cognato Giovanni Arcai Grimenta sono alla testa dei rivoltosi e guidano il succedersi degli avvenimenti. Non solo è confiscato il carico di oltre 40 cavalli in attesa di raggiungere il veliero, ma persino quanto era già stato stipato a bordo viene scaricato. Il comandante, tale Raggio, viene costretto a consegnare ai ribelli tutto l’incartamento che giustifica la merce ed il suo trasferimento in Liguria. In questa confusione possono davvero poco persino il Regio Delegato Lavagna ed il Governatore Suni che scortati da un manipolo di soldati cercano di riportare all’ordine e alla ragione la folla, ma finendo invece insultati e malmenati devono ripiegare rapidamente. Il negoziante Piccinelli, forse ancora all’oscuro di ciò che sta accadendo, viene raggiunto in una campagna da un gruppo d’insorti che lo costringono a rientrare in città per giustificare la vendita di quel grano; di ritorno i facinorosi forzano con uno scontro violento il blocco che, all’ingresso in città, a Porta Terra, gli viene vanamente opposto da alcuni soldati dei Cacciatori La Regina. Proprio il mattino seguente, i rivoltosi ormai saldamente capeggiati dai fratelli Canellas, prendono il controllo dei due ingressi alla città murata (la porta di Terra e la porta a mare). Alghero è ancora, nonostante i suoi oltre 5.000 abitanti, una città fortezza, con un importante presidio militare e prendere il controllo degli ingressi alla roccaforte vuol dire prendere possesso della città, rovesciare l’ordine costituito, una sfida intollerabile all’autorità. Forse la folla dei ribelli, che col passare delle ore ha ingrossato le sue fila, non ha coscienza della gravità che sta assumendo quell’azione e delle terribili conseguenze che vanno maturando. Piccinelli ha la casa circondata dai facinorosi ed è praticamente loro ostaggio, così si vede costretto a consegnargli le chiavi dei magazzini dove stipa il grano. Ora chi guida i ribelli punta a sbancare tutto il possibile e rivolge il suo attacco alla casa di un altro ricco commerciante algherese, Gaetano Rossi. Sarà il salto di qualità del tumulto, da atto di ribellione estemporanea diventerà una vera e propria insurrezione e il sangue farà la sua tragica comparsa. (continua)


Raffaele Sari Bozzolo

lunedì 19 luglio 2010

RESTI DI UN'ATTESA - Le fortificazioni della seconda guerra mondiale nel territorio di Alghero

di Raffaele Sari Bozzolo

Forse vi fu anche qui un tenente Giovanni Drogo ad attendere i tartari.
La possibilità di uno sbarco alleato in Sardegna fu al vaglio delle autorità militari dell’Asse fin dai primi anni della seconda guerra mondiale e - seppure con lo scetticismo di alcuni – l'ipotesi fu presa molto sul serio dagli alti comandi. In tal senso non posso esserci dubbi, se già nel 1941, quando ancora la guerra sembrava volgere a favore dei progetti del terzo Reich, sull'isola si costruivano, con grande attenzione ed un importante impiego di risorse, fortificazioni di ogni tipo diffuse lungo tutte la costa, in particolare intorno ai grandi golfi. Lo scenario che si prospettava come più probabile era un martellamento aereo di preparazione, una testa di ponte creata da truppe scelte paracadutate e a seguire uno sbarco in forze. Tra i possibili approdi spiccava la rada di Porto Conte.
Ancor più degli italiani, i tedeschi erano convinti che la Sardegna potesse rappresentare l’ideale testa di ponte per un eventuale massiccio sbarco nemico sul continente, o forse semplicemente la ritenevano una roccaforte naturale dalla quale organizzare un controllo del Mediterraneo. Hitler sembrava ossessionato da questa possibilità e forse era stato proprio Mussolini a suggestionarlo con una delle sue definizioni immaginifiche: «La Sardegna è la portaerei del Mediterraneo».
«Se sfondano il fronte africano, sbarcheranno in Sardegna e in Grecia, per chiuderci a tenaglia», andava ripetendo il fuhrer nelle riunioni con il suo Stato Maggiore. Tra i generali e gli strateghi nazisti l’ipotesi non trovava consensi unanimi, ma nessuno osava contraddire le visioni del fuhrer, neppure il suo alleato italiano; dunque già dal 1941 non si lesinarono investimenti per la costruzione di fortificazioni e bunker lungo le coste sarde; poi - man mano che le sorti della guerra sembrarono capovolgersi - con frenesia crescente, aumentò la corsa ad allestire un’accurata linea di difensiva, completando quanto il genio militare italiano e le ditte private locali avevano già eretto fin dal 1940 in ossequio alle direttive del Duce.
Dalla fine di aprile del ’43 l’eventualità dello sbarco sull’isola, fino ad allora ritenuta comunque remota e sottovalutata dallo Stato Maggiore italiano, prese decisamente consistenza per una brillante operazione di depistaggio che i servizi segreti inglesi avevano saputo ordire. Ai primi di maggio sull’isola scattò l’allerta. Lo sbarco poteva essere imminente. Bisogna attendersi un attacco congiunto dal mare e dal cielo. Si pronosticavano bombardamenti preparatori, lanci di paracaduti guastatori, movimenti di imponenti flotte.
Ormai si trattava di aspettare, poiché a quel punto non c’era più tempo per costruire nuove fortificazioni.
Hitler era compiaciuto che le sue previsioni strategiche avessero trovato conferma e contro il parere di alcuni suoi generali spostò le sue pedine, ordinando un poderoso trasferimento di uomini e mezzi dalla Sicilia alla Sardegna.
Iniziò allora la vana attesa del nostro tenente Drogo.
Oggi, sessantasette anni dopo la conclusione del conflitto mondiale, il comune di Alghero registra ancora nel suo territorio una folta ed interessante presenza di fortificazioni militari in buona parte in uno stato di conservazione ancora apprezzabile, anche se nel totale abbandono; un notevole richiamo per gli appassionati, una meta da raggiungere ed esplorare per i molti cultori dello studio dei ruderi militari dell’ultimo conflitto mondiale. Ecco le vestigia di questa storia. I resti di un’attesa.
A pochi chilometri dal centro abitato di Alghero, salendo verso Monte Dolla, un promontorio che spicca nella piana di aree coltivate, pascoli e pinete della Nurra, a metà del tortuoso percorso, giunti proprio all’ingresso di una folta e silenziosa pineta, ci si imbatte in alcuni edifici che ospitarono numerosi alloggi destinati alle truppe: si tratta di un complesso realizzato in tre sezioni distinte, una delle quali risulta isolata dalle altre due. Ne restano solo le murature, poiché i tetti in tegole su struttura in legno e tutti gli infissi, nel tempo, sono andati distrutti dagli agenti atmosferici o smantellati da chi ne ha riutilizzato i materiali.
Altri sette edifici identici a questi si trovano ai piedi del monte, disposti a schiera e strategicamente posizionati a pochi chilometri dall'aeroporto militare e dai più importanti accampamenti delle truppe. Le opere furono realizzate, come altre simili nel territorio, dalla ditta Ticca, probabilmente tra il 1940 e il 1942, biennio in cui il “Mom” (la manodopera militare) a seguito di una serie di circolari ministeriali, provvide ad un’intensa opera di edificazione e potenziamento delle fortificazioni e dei bunker lungo le coste.
A Monte Dolla, nelle vicinanze degli edifici adibiti ad alloggi vi erano le fortificazioni vere e proprie; ben mimetizzate e quasi invisibili persino da chi percorra la zona a piedi. La costruzione principale era sempre di forma rotonda, con una trincea coperta e sotterranea che correva lungo un’ampia circonferenza; il tutto era realizzato abbassando il livello del suolo di circa 150 cm. e ponendo al centro una colonna che doveva reggere anche una eventuale copertura mimetica aggiuntiva. La trincea aveva, ogni pochi metri, lungo tutto il perimetro dei cunicoli sotterranei, le "bocche di lupo" praticate nei soffitti, ossia delle strette aperture rettangolari, dalle quali - oltre ad entrare la luce - era possibile far spuntare le canne delle armi da fuoco.
Se guardiamo al resto del territorio, si segnalano molte costruzioni simili, ancora in gran parte intatte, lungo tutta la costa algherese e anche verso l’interno del territorio (strada per il Santuario di Valverde, strada per le miniere di Salondra, zona Sant'Anna, zona Carabuffas, zona San Giuliano, strada per Olmedo Sassari, strada per Capo Caccia e dorsali collinari limitrofe, Santa Maria La Palma, Lago di Baratz, ecc.) e qualche volta ci si imbatte in interessanti varianti costruttive, accomunate quasi sempre da intricate ramificazioni di trincee o gallerie sotterranee, ancora mimetizzate dalla vegetazione, e sempre con le temibili aperture per le mitraglie disposte a pochi metri l'una dall'altra. In taluni casi stupisce il perfetto integrarsi delle postazioni nelle peculiarità morfologiche e nella macchia mediterranea, l'invisibilità quasi totale nell’ambiente naturale, frutto probabilmente di intuizioni costruttive che oggi farebbero pensare a chissà quali studi precedenti alla fase di edificazione e che invece rendono merito alle capacità di adattamento e mimetizzazione degli oscuri progettisti del genio militare italo-tedesco. Le torri aragonesi e persino i nuraghe venivano recuperati, integrati o riprodotti nel profilo del territorio per nascondervi imprevedibili postazioni militari, nidi di mitraglia inespugnabili ed indistinguibili all'occhio del nemico. Persino le caratteristiche geologiche del territorio venivano abilmente asservite all'uso: un mirabile esempio è in parte ancora oggi visibile lungo il promontorio di Punta Giglio, dove - intorno ad una grande caserma di pietra calcarea si conserva un articolato sistema difensivo, perfettamente mimetizzato tra le rocce e la vegetazione spontanea, costituito da depositi per le armi e le munizioni, rifugi, piattaforme per antiaerea e batterie di ariglieria per la difesa costiera, il tutto spesso collegato da passaggi sotteranei che sfruttavano le molte caverne e gallerie naturali create dal carsismo della zona.
Proprio da qui, da queste fortificazioni ardite, a picco sul mare, il nostro tenente Drogo deve forse aver sognato, sperato o temuto di poter scorgere all’orizzonte, prima o poi, le nere sagome di una flotta di invasori. Quel giorno non arrivò mai ma a camminare fra quelle rovine, ancora oggi, il vento tra gli arbusti, il mare sulla scogliera, sembrano ancora sospesi in quell’infinita attesa.
In tutta la Nurra oggi risulta quasi impossibile un censimento dei fortini di calcestruzzo dalla caratteristica copertura globulare o dei piccoli bunker a parallelepipedo sparsi in ogni dove, non solo lungo la litoranea e lungo tutte le principali strade di comunicazione con l’interno, o su ogni costa di monte o collina che poteva offrire un luogo strategico e privilegiato per l’osservazione ed il controllo del territorio, ma persino in mezzo agli uliveti che circondano la città oggi come allora.
Le truppe germaniche erano accampate, insieme a reparti di fanteria italiana, alla periferia della città, nell’attuale area cimiteriale, ma erano pronte a controllare strategicamente il territorio in un’azione di difesa proprio con gli uomini che avrebbero dovuto presidiare alcuni di questi piccoli bunker; secondo le testimonianze dell’epoca molti di questi in realtà non furono mai utilizzati se non in occasione di esercitazioni.
Non si tratta certamente di capolavori architettonici né di reperti archeologici, ma testimoniano una storia recente, che spesso e a torto, si sente dire che da queste parti sia passata solo marginalmente.
Ecco, quei fortini raccontano di una storia, purtroppo ancora recente e che in certi luoghi del mondo non sembra poi neppure così trascorsa, ma anche di una drammatica e logorante attesa, di un orizzonte d’inquietudine e paure, mai affollato dai “tartari” ma che comunque non scampò alla gente di qui, nel suo epilogo, il sangue, la fame e la disperata confusione che la guerra mondiale portò sulla nostra povera patria; in quei ruderi militari oggi spesso pieni di immondizie resta ancora qualcosa della nostra memoria.
Credo che si dovrebbe prevedere un opera di tutela e conservazione di questi “mostri”, perché questi, ormai innocui, possono insegnare ai nostri figli più che cento lezioni di storia il volto freddo ed arcigno della guerra, l’angosciante militarizzazione di un pacifico paesaggio, trasmettendo una memoria collettiva appartenuta alla gioventù dei nostri padri, che assolutamente non va perduta.

domenica 18 luglio 2010

La notte del 17 maggio 1943. La controversa cronaca del bombardamento di Alghero.



Un crimine di guerra si consumò la notte di lunedì 17 maggio 1943. La notte di San Pasquale.
A 67 anni da quella data, ancora sembra non essere giunto il momento di riconoscere alle vittime di quell’azione il diritto di ottenere giustizia e una più corretta memoria storica. Basterebbe la verità. Se si legge la cronaca di quel giorno si intuisce che vi fu chi da subito lavorò per mescolare le carte, depistare, nascondere. Come spiegare diversamente le domande su quella disgraziata notte di maggio rimaste fino ad oggi senza una risposta? Perché bombardarono il centro abitato? Chi e come avvertì la popolazione dell’imminente tragedia? Quali furono le reali dimensioni della strage e vi fu casualità o calcolo nel generarle?
Giungeva una notte di luna piena, una calda notte di rigoglioso maggio a conclusione di una giornata di sole e cielo terso, tra le più calde di quella primavera tanto attesa dopo un rigidissimo e lungo inverno. La guerra viveva il suo anno più tragico e violento; le ristrettezze si erano fatte sentire su tutti gli strati sociali e in molti pativano da mesi fame e stenti inimmaginabili. La povertà s’era diffusa come una pestilenza ed i volti di molti algheresi, uomini e donne, bambini ed adulti, ne erano segnati. Eppure quella radiosa e profumata primavera aveva riacceso speranze e forze. Le campagne intorno alla città erano una distesa di gialli agrets e il mare, da giorni calmo come un’olla sembrava offrirsi come uno specchio ad una bella e vanitosa donna. Molti bambini non andavano più a scuola e per le strade i loro giochi e i loro allegri schiamazzi sembravano davvero far credere che il peggio fosse passato. Le signorine in età da marito s’adornavano con nulla e riassestavano i vecchi vestiti perché anche in guerra la primavera richiamava ostinata ai riti del corteggiamento.
Giungeva così una notte che avrebbe potuto promettere tepore e tranquillità, eppure da molti era vissuta con un senso d’angosciosa attesa e sospensione.
Secondo alcuni, vi furono sinistri presagi già al tramonto, quando sull’orizzonte si potè distinguere “una lunga fila di nere navi da guerra”. I più informati rassicurarono che era un convoglio italiano. Ma altre voci avevano agitato la popolazione, sin dalle prime ore del mattino; infatti diverse testimonianze avvalorano la tesi che durante quella giornata, già molte ore prima, si fosse sparsa la voce di un possibile bombardamento; dopo tanti falsi allarmi, qualcuno avrebbe anticipato a parenti e amici che quella data sarebbe stata fatidica per la città.
Certo è che all’alba di quel giorno tanti algheresi abbandonarono le loro abitazioni per sfollare nelle campagne circostanti o addirittura nei paesi dell’interno. In verità quel pellegrinaggio era cominciato da diverse settimane, ma il 17 maggio lungo le strade che portavano a Carrabuffas o verso Villanova c’erano file di carretti che trasportavano materassi, mobili, quadri e tutto ciò che evidentemente si voleva salvare insieme con la propria famiglia. Improvvisamente si era sparsa una gran frenesia e la certezza che la notte fatale stava per giungere. Chi aveva diffuso la notizia? Secondo taluni, sarebbero state alcune donne, di ritorno da un forno cittadino, a far circolare concitatamente la voce dandola come certa spingendo molti, fino ad allora ancora indecisi, a raccogliere famiglia, indumenti e vettovaglie e a trasferirsi in fretta e furia lontano dalla città. Altre testimonianze riportano come fonte della notizia gli ambienti militari e in particolari alcuni soldati ed alcuni impiegati civili dell’aeroporto militare. C’è stato persino chi ha parlato di un volantinaggio di avvertimento degli anglo-americani avvenuto nei giorni precedenti, ma non si è mai trovata traccia di neppure un lembo di quei volantini. Dove sarebbe avvenuto? Presso l’aeroporto, secondo alcuni (questo spiegherebbe la fonte militare della notizia); altri ricordano il presunto volantinaggio diffuso sulla città da “Pippo”, il piccolo ricognitore inglese che gli algheresi vedevano da settimane, quasi quotidianamente, attraversare lento il loro cielo. Sui volantini, secondo queste testimonianze ci sarebbe stato l’invito ad evacuare la città e persino l’orario del bombardamento: dalle 22.30 alle 24.00. I ricordi sono però discordanti anche sulla data: proprio la notte di San Pasquale secondo alcuni; una data precedente - che si rivelò un bluff - secondo altri.
Queste testimonianze orali sono troppo discordanti e confuse e quindi purtroppo restano racconti più o meno fantasiosi e dovranno essere considerati tali finché non se ne troverà prova tangibile.
Fino ad allora l’unica verità plausibile sarà che Alghero venne bombardata senza nessun preavviso né ufficioso o clandestino né propagandistico. La propaganda semmai avvenne dopo, nel confondere ad arte queste notizie, magari per diffamare gli antifascisti o alleviare le responsabilità di chi perpetrò un simile insensato massacro, poiché poco importa sapere se davvero ci fu chi seppe per tempo; interessa semmai stabilire quali furono i motivi strategici, quale la logica militare che giustificò una simile barbarie.
Certo fa effetto l’osservazione che mi fece un testimone di quella notte: «Era tutta povera gente. I signori se n’erano andati da un pezzo».
Scorrendo l’elenco ufficiale dei morti non vi è neppure un nobile, neppure un signore dell’alta borghesia cittadina. Come potè accadere se il bombardamento fu indiscriminato, a macchia di leopardo su tutta la cittadina?
A dire il vero neppure un palazzo nobiliare, fra quelli che sorgono nel centro storico, fu abbattuto dalle bombe; crollarono quasi esclusivamente caseggiati popolari. Un’altra beffa del destino.
L’insensata violenza di chi stava pianificando i raid aerei sulla Sardegna era già stata testimoniata dall’attacco che alcuni giorni prima aveva massacrato alcuni pescatori nella rada di Porto Conte al termine di un raid sull’aeroporto militare o che mesi prima, a Febbraio, si era inspiegabilmente scatenato sull’innocuo e inerme paesino di Gonnosfanadiga provocando diverse decine di vittime, prevalentemente donne e bambini.
Quattro giorni prima di quella notte, a Cagliari un bombardamento notturno inglese aveva sganciato 893 bombe sul centro abitato colpendo oltre a centinaia di abitazioni, ospedali, chiese, infrastrutture civili. La strage si ergeva a metodo.
Nel tentativo di spiegare le ragioni del bombardamento della notte di San Pasquale, alcuni hanno avanzato giustificazioni che presentano Alghero come un obiettivo strategico di grande importanza militare sottoposto quindi ad una normale azione di guerra. Fandonie. I veri obiettivi erano ben distanti dall’abitato: l’aeroporto di Fertilia (più volte pesantemente colpito, prima e dopo il 17 maggio del 1943), la rada di Porto Conte (che però non ospitava in quei giorni nessuna significativa unità della marina italo-tedesca), gli alloggiamenti e le fortificazioni militari lungo le pendici di Monte Doglia e a Punta Giglio, l’accampamento della truppa italo-tedesca nella zona del cimitero.
Le stalle militari, le batterie contraeree sulle torri della Muraglia, da sole non potevano giustificare la necessità di un così massiccio attacco aereo e - anche se allora non si parlava ancora di tecniche di bombardamento di chirurgica precisione – la bassa quota dell’incursione non poteva giustificare errori così macroscopici. Dunque nessun errore fu compiuto.
La verità è che da tempo gli anglo-americani avevano dato il via ad una strategia bellica più sanguinaria e spietata, che prevedeva il bombardamento di obiettivi civili con lo scopo di fiaccare il morale del nemico creando sconforto e rassegnazione nella popolazione, demolendo qualunque residuo consenso al regime.
In questa strategia, avevano un ruolo crescente, per il grande impatto emotivo e psicologico, i bombardamenti notturni sui centri abitati, specialità inglese che proprio quella notte venne mostrata al generale americano James H. Doolittle, seduto, come secondo pilota, a bordo di un Wellington Mark III, affianco al comandante Matthewman, squadron leader dell’operazione.
Il bombardamento fu “appesantito” dalla presenza di un’importante e ambizioso generale americano, momentaneamente impegnato in un teatro di guerra di secondaria importanza? Lo scempio gratuito sugli obiettivi civili fu il frutto di un eccesso di zelo di un ufficiale inglese che voleva facilmente arricchire il suo già ricco curriculum proprio sotto gli occhi di un suo illustre superiore e preferì ripiegare sulla città piuttosto che sull’aeroporto di Fertilia, dove avrebbe incontrato la resistenza di una più efficace contraerea? Si trattò forse di un’azione “didattica” a scopo di aggiornamento per il generale Doolittle ansioso di verificare dal vero la tecnica del bombardamento notturno? Fu lui stesso a richiederla?
Certo è che non fu un atto inconsapevolmente crudele, se lo stesso Matthewman non ne fece più menzione fra le sue memorie, ricordandosi dell’incursione sull’aeroporto di Fertilia ma dimenticandosi, guarda a caso, del lungo bombardamento del centro abitato di Alghero.
Certi dubbi e certe considerazioni possono farci propendere verso l’ipotesi di un’azione più devastante del previsto, ma non negano che si trattasse di qualcosa di programmato ed inserito in una strategia più ampia e criminale perpetrata ai danni della popolazione civile, come dimostrano altri bombardamenti su centri abitati avvenuti nello stesso periodo bellico e dunque responsabilità dei massimi vertici anglo-americani.
La limpida notte di luna piena e i razzi luminosi, che scendevano lenti verso il suolo frenati ciascuno da un paracadute azzurrino, avevano mostrato chiaramente gli obiettivi ai bombardieri, che probabilmente scesero anche a quote relativamente basse (1). Molti ricordano di aver distinto a pochi metri dai tetti i velivoli con i tre cerchi concentrici della RAF, che lanciavano le loro bombe e mitragliavano alla cieca: colpirono dunque deliberatamente l’ospedale, l’episcopio e le chiese (dove, sapevano, era uso si rifugiassero molti fedeli), insistendo su queste ultime come fossero obbiettivi militari. Sorvolarono più volte il centro abitato, infierendo su punti di fitta edificazione (le principali ferite sono ancora oggi riconoscibili nelle piazzette aperte dai crolli lungo via Roma e corso Carlo Alberto, già allora le vie principali del nostro inurbamento); colpirono solo marginalmente e quasi casualmente la periferia. Studiando la cartografia dei punti dove colpirono le bombe, è evidente l’intenzione di creare i danni più vistosi e fare il più alto numero di vittime.
Vi è un’altra “leggenda” significativa, che ricorre nei racconti dei vecchi reduci: quella delle croci. Taluni hanno raccontato che oltre alla grande croce rossa sul tetto dell’ospedale, aumentando il timore di un ormai imminente bombardamento, fossero fiorite altre croci simili ma “abusive” su molti altri tetti, persino su quelli del “quartiere” dietro San Michele dove aveva alloggio una guarnigione di fanteria. Ma anche questa è più una barzelletta o una gustosa storiella che vorrebbe giustificare l’indiscriminato accanimento delle bombe inglesi, disorientate dalla malizia delle finte croci che si era infine ritorta contro la popolazione innocente e contro quegli edifici che si sarebbe potuto risparmiare. La sleale furbizia di alcuni giustificherebbe così gli “errori” o la crudeltà dei liberatori.
Dopo tante voci e memorie, vere e false, resta la cronaca dei fatti alla quale torniamo.
Il rombo degli aerei giunse sull’obbiettivo alle 22,53 e si allontanò definitivamente dopo quarantatre minuti di fragori ed esplosioni, inframmezzati solo da brevi pause: il tempo di pregare.
I temuti bombardieri notturni inglesi Wickers Wellington, dei 142° e 150° squadroni RAF, si erano levati in volo da Fontaine Chaud in Algeria verso le 20.30; provenivano dalla campagna d’Africa e infatti erano “tropicalizzati”, avevano cioè la carena e le ali mimetizzate con colori sabbia, marrone e verde e procedevano, in ordine sparso o in piccole formazioni, preceduti dagli aerei guida pathfinders che avevano il compito di illuminare gli obiettivi con bengala al magnesio.
La possibilità che in formazione vi fossero anche un certo numero di P.38 americani, particolarmente accaniti nel lavoro sporco di mitragliamento delle strade, sarebbe anche plausibile visto che questi bombardieri normalmente viaggiavano scortati dai caccia e considerato che in molti testimoniano d’aver distinto, fra le esplosioni ed i rombi degli aerei nemici, l’incessante sferzare delle mitraglie, ma il fatto che l’operazione sia avvenuta di notte ci permette di comprendere queste memorie fra i falsi involontari che negli anni possono crearsi con il sovrapporsi dei ricordi: i P.38 mitragliarono a più riprese Alghero e certamente pochi giorni dopo il bombardamento vi fu un violento “spezzonamento”, ma diurno e senza la contemporanea presenza dei Wellington.
Dapprima gli aggressori giunsero sull’aeroporto. Qui le versioni sono discordanti. Secondo i rapporti inglesi fu un obiettivo piuttosto facile, al punto che i bombardieri scesero a “tale bassa quota che le mitragliatrici degli aerei spararono sull’obiettivo e contro le luci di posizione dell’aerodromo” e naturalmente senza subire alcuna perdita inflissero notevoli danni alla struttura e agli aeroplani italo-tedeschi a terra, in pista e negli hangars. Secondo le testimonianze di alcuni militari e civili di servizio all’aeroporto, invece, l’attacco non fu dei più riusciti. La contraerea da Monte Doglia era stata reattiva e dalla pista si erano persino levati in volo veivoli a contrasto delle formazioni inglesi; il tutto avrebbe quindi convinto i bombardieri ad un rapido ripiegamento sul centro abitato. Fino ad oggi è stato impossibile accertare la veridicità di una delle due versioni, ma quel che è certo è che le minacciose sagome dei bombardieri inglesi, poco dopo, giunsero su Alghero. Proprio da alcuni impiegati all’aeroporto viene la testimonianza più interessante circa la presenza dei caccia nella formazione d’attacco di quella notte. Molti fra loro si sono detti certi di ricordare l’inconfondibile fusoliera a due code dei P.38.
Gli adetti agli aerofoni, le apparecchiature per l’ascolto dei cieli a sentinella della città dalla torre di Porta Terra, avevano segnalato per tempo, i motori degli aerei nemici in avvicinamento e le sirene d’allarme avevano suonato già da qualche minuto quando le formazioni dei bombardieri avevano fatto la loro lugubre comparsa. Gli algheresi avevano raggiunto i rifugi, si erano ammassati nei sottani, si erano radunati in chiesa, oppure erano rimasti immobili, pietrificati dal terrore, nella loro abitazione.
Dalla torre di Sant’Elmo e da quella di San Giacomo, dove erano disloccate le mitragliere per la difesa antiaerea, si era attivata una qualche reazione, ma quasi subito le armi s’incepparono e le postazioni vennero abbandonate; gli aerei poi inizialmente erano ancora alti e i pochi traccianti ne svelavano appena le sagome; si udiva ovunque il loro sordo rombo, sembrava la voce cavernosa di un demonio che saliva dalle viscere della terra, invece veniva dal cielo. Forse le bombe cercarono di colpire l’ottogonale torre di San Giacomo, anche se ormai la mitragliera taceva, ma schiantarono un palazzo di fronte alla chiesa della Misericordia, poi più in là un altro davanti a San Michele, poi ancora uno a lato del ginnasio e ancora uno tra vicolo Buragna e corso Carlo Alberto. Presto da tutto l’abitato si udirono nuove esplosioni, nuovi fragorosi crolli: dalla zona intorno all’ospedale, dalla cattedrale di Santa Maria, da via Roma.
Dalla banchina della Sanità, al porto, un MAS che si trovava lì all’ormeggio, ora che gli aerei erano spavaldamente scesi a bassa quota, iniziò coraggiosamente a sparare contro i nemici con la mitragliera di bordo e registrò un abbattimento mai confermato dai rapporti degli inglesi ma forse comprovato da certi rottami recuperati a distanza di anni sulla spiaggia di Sant’Imbenia.
Chi non era corso nei rifugi, si era nascosto sotto i tavoli, era corso in strada, era rimasto paralizzato dove si trovava, abbracciava i figli e pregava. Il rombo, le grida, i lampi ed i mostruosi ruggiti dei palazzi che si sbriciolavano, accasciandosi su se stessi, sembravano non finire mai; ad ogni pausa, ad ogni illusoria conclusione seguiva una ripresa che sembrava ancor più violenta. Ad ondate successive alcuni velivoli calavano in picchiata sull’abitato e mitragliavano.
Dalle campagne circostanti i molti sfollati assistevano increduli a quell’allucinante visione. Come torme di fameliche Arpie, le sagome dei veivoli inglesi sorvolavano la città incrociando le loro rotte e ritornando più volte sugli obiettivi; il fischio continuo ed ossessionante dell’aria ferita dalle bombe, il frastuono delle esplosioni, il cupo fragore dei crolli e le nuvole di polvere bianca che si levano nel cielo illuminate dalla luce gialla dei bengala, offrivano un profilo mai visto della nostra città.
Gli sfollati cercavano di capire dove erano cadute le bombe, dove crollavano i palazzi, spettatori impotenti di un massacro, di un’orda barbarica che distruggeva il loro piccolo mondo.
Finito finalmente lo strazio, le luci della città erano rimaste spente, ma lo splendore della luna fu impietoso e rivelò da subito ai sopravvissuti il terribile scempio.
Erano stati colpiti 3157 metri quadrati di superficie edificata. Le abitazioni distrutte o rese inagibili erano almeno 500. Cominciava subito il penoso conto dei morti. Secondo alcuni dati ufficiali rilevati dai registri cimiteriali nei giorni immediatamente successivi, furono dapprima computate 54 vittime. Ma il dato non fu reso pubblico. Al contrario i radio giornali fornirono cifre assai inferiori nel tentativo di ridimensionare l’accaduto. A distanza di anni, il computo dei caduti è salito, ed è ormai prossimo a 110. Forse però non siamo ancora giunti alla verità, poiché - a suo tempo - il poeta Carmen Dore, figlio di impiegati comunali, affermò di aver appreso proprio da questi un numero assai maggiore di morti: oltre 160.
La discordanza di queste cifre non dipese però solo dalla censura e dalla propaganda, istituti ormai deboli come il regime che li aveva instaurati ma più semplicemente dal fatto che molti corpi vennero ritrovati giorni, addirittura mesi dopo, finendo poi sepolti e registrati senza più la dicitura di vittima del bombardamento.
Al di là d’ogni cifra, il senso della strage emerge dalla prima cosa che si può notare scorrendo l’elenco dei morti: erano per la maggior parte donne e bambini, madri e figli.
Dati accettati e per certi versi curiosi furono che il numero dei feriti, in proporzione, fu piuttosto contenuto e che la maggior parte delle vittime risultarono morte per soffocamento anche e soprattutto a causa della fine polvere sprigionata dagli intonaci sbriciolati dai crolli e dalle esplosioni.
Tra le macerie, alle prime luci dell’alba, il vescovo monsignor Ciucchini, che non aveva voluto abbandonare la sua abitazione, fu tra i primi a percorrere le vie della città, a soffermarsi in raccoglimento di fronte ai cumuli di macerie, a portare una parola di conforto ai sopravvissuti, a cercare di offrire anche il primo aiuto concreto.
Nei giorni successivi Alghero si spopolò: per mesi e mesi restarono in città quasi solo le forze dell’ordine. La gente fuggiva per paura che potesse riaccadere qualcosa di simile, ma anche per non vedere più quel tetro scenario da incubo, che sfregiava il volto della città.
Le zone più colpite erano infatti alcuni dei luoghi più cari alla quotidianità degli algheresi: l’Ospedale ed i bastioni, la Cattedrale, via Carlo Alberto, via Roma, via Principe Umberto, il lungomare Dante e via Vittorio Emmanuele.
Sembrava che le bombe degli inglesi avessero voluto umiliare la città nei suoi scorci più belli. Sembrava avessero battuto palmo a palmo cercando di uccidere, terrorizzare, annichilire il più possibile.
Ovunque si respirava un acre puzza di bruciato, mista alla polvere dei calcinacci, al ferrigno odore di sangue. Nelle strade la gente si era riversata spaesata ed incredula, come risvegliatasi da un terribile incubo e mentre ci si guardava in faccia quasi per chiedersi conferma l’uno con l’altro, qualcuno aveva cominciato a scavare febbrilmente a mani nude tra le macerie della propria casa, gridando nomi, imprecando, piangendo. Erano soprattutto donne ed anziani e con loro frotte di bambini dallo sguardo asciutto di un’improvvisa vecchiaia. Altri arrivavano, accorrevano dalle case più periferiche, dagli uliveti dello sfollamento, a perdifiato verso i vicoli del centro. Si urlavano nomi, confusi ad animaleschi lamenti.
Passavano le prime ore e s’accendeva l’alba. I bambini finalmente cominciavano a piangere, ognuno nell’abbraccio di una madre, senza neppure chiedersi se era la propria.
Intorno alla città soldati italiani e tedeschi battevano il territorio alla ricerca di possibili paracadutisti. Si temeva un tentativo di invasione, la preparazione di uno sbarco. Forse ripensando a quel nero convoglio di navi che si era intravisto all’orizzonte la mattina precedente.
Quella notte era sembrata eterna e quando giunse stonato il bel sole di maggio illuminò ogni dettaglio di una città martoriata: in più punti, interi caseggiati si erano come sgretolati, decimando o cancellando intere famiglie. Per strada ciò che restava degli arredi, quelle poche cose strappate alle pietre, cumuli di stracci, davanti ai quali qualcuno sostava allucinato, raccontando di sé, chiedendo di altri, asciugandosi dal viso lacrime e sudore gelido. I primi soccorritori spaesati come i soccorsi, qualche livido rappresentante delle autorità, e ancora frotte di bambini ovunque. I feriti furono pochissimi, ma nei giorni e nei mesi a seguire il numero dei morti di quella notte crebbe, ritrovamento dopo ritrovamento, assenza dopo assenza, fino al centinaio ed erano soprattutto donne, giovani madri e i loro figli. Radio Londra disse che era stato attaccato un centro nevralgico dello schieramento nemico, si parlò dell’aeroporto, non dell’abitato, ma era stato solo l’ennesimo, insensato ed inutile massacro di innocenti o - se volete - più semplicemente, la guerra.
Un giovane sassarese, Arturo Usai, all’epoca segretario degli studenti universitari fascisti di Sassari, giunse dal capoluogo in città e armato di una macchina fotografica scatto le uniche 39 immagini che restano di quello scenario lunare. Fu certamente tra i primi a capire ciò che presto capirono tutti: da quella notte il volto di Alghero era mutato. Per sempre.


1. La stoffa azzurrina di quei paracadute servì nei mesi seguenti a cucire robuste e resistenti camice e persino abiti femminili.