martedì 14 giugno 2011

Che giornata

Che giornata ti sei persa,
c'era il sole di quella pedalata a Valverde
c'era il mare che t'accarezzò sulla spiaggia dei Saraceni
il cielo era infinito come quando vi volammo dentro
e l'aria sapeva di fiori e fieno
Che giornata ti sei persa
io avevo il sorriso sereno
c'erano i bambini bellissimi e giocosi
c'era quella musica che amavi
ed io avrei voluto ballarla con te
Che giornata ti sei persa.










lunedì 4 ottobre 2010

Società Operaia di Mutuo Soccorso di Alghero


Società Operaia del Mutuo Soccorso di Alghero


La Società Operaia di Mutuo Soccorso, sodalizio benemerito nel campo previdenziale ed assistenziale, ad Alghero fu fondata nel maggio del 1883; essa aveva ed ha tuttora la sua sede in via Cavour al n.61.
Il Mutuo Soccorso offriva ai suoi soci, per la maggior parte artigiani, un'assistenza medica ed un degno funerale qualora non potessero provvedere a queste spese. In casi particolari si attivava anche per raccogliere fondi da donare alle famiglie più bisognose, soprattutto in caso di premature vedovanze o gravi infortuni.
Tra i soci fondatori dell'associazione assistenziale risultano Antonio Baia Piras, Antonio Fundoni Nuvoli, Efisio Mura, Luciano Sudano.
In uno statuto datato 10 gennaio 1884 le cariche più importanti all'interno del sodalizio sono così distribuite: presidente Lorenzo Baldino, consigliere anziano Carmine Massa e segretario Francesco Cherubini.
Col passare degli anni le cariche ricoperte all'interno del sodalizio vennero affidate a personaggi illustri, probabilmente per riceverne prestigio anche se non provenivano dall'artigianato o dal mondo operaio, come quella di presidente onorario affidata al Conte Luigi di Sant’Elia e successivamente, al generale medico Giuseppe Pezzi, già Cavaliere di Malta e membro del Gran Priorato dello stesso Ordine.
E' importante e significativo ricordare che Il primo presidente dell'Associacion Italiana Sardi Uniti de Soccorros Mutuos, di Buenos Aires in Argentina, è stato Fausto Falchi, un algherese che è rimasto in carica dal 1936 al 1976.

I locali della sede
La sede ha una dimensione di poco inferiore ai 100 mq, con due accessi (uno da via Cavour ed uno dai bastioni Magellano). In essa si apprezza un’ampia sala ricavata dalla modifica di alcuni locali che originariamente sorgevano sotto la cupola della chiesa di Sant’Antonio Abate; in questa sala oggi è possibile ammirare una raccolta di riproduzioni d’epoca e di quadri originali raffiguranti, oltre ad alcuni esponenti della famiglia Savoia (Vittorio Emanuele II, Carlo Alberto, la regina Margherita), Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Verdi. Di un certo interesse, anche per il particolare genere pittorico a cui appartiene, un grande quadro risalente al Ventennio che esalta i Patti Lateranensi. Fanno cornice a queste opere, numerose foto d’epoca, documenti originali, una lapide marmorea in onore del donatore dello stabile Antonio Baia Piras e una grande raffigurazione pittorica dei simboli della Fratellanza Operaia. I locali sono stati recentemente restaurati.

lunedì 27 settembre 2010

In una notte


Se mi senti/ spalanca le persiane ed affacciati/ nel cuore della notte/ io sarò giù nel vicolo/ come da secoli i fantasmi/ a cantare d’amore, / come da secoli il maestrale/ a carezzare le pietre./ Se ti pare di scorgermi/ giù dalle scale precipitati/ scendi al portone/ io sarò l’ombra all’angolo/ il gatto sorpreso/ il ciottolo luccicante;/ ma se mi vedi fuggire/non mi fermare/ non m’inseguire:/ la serenata è finita/ come in una notte tutta la vita/ come in una notte tutta la vita…

venerdì 24 settembre 2010

L'invincibile gigante


di Raffaele Sari Bozzolo


Le icone di Alghero sono certamente i profili più monumentali e celebri: il campanile della cattedrale di S.Maria, la cupola policroma della chiesa di San Michele, gli imponenti bastioni della roccaforte, il massiccio promontorio di Capo Caccia, le grotte di Nettuno. Anche di notte alcuni di questi elementi sono distinguibili, evidenziati da fari che ne illuminano le inconfondibili sagome. Ma dal mare lampi di luce bianca, a frequenza regolare, da 150 anni testimoniano la solitaria e silenziosa presenza di un altro elemento assurto, per merito e costanza, a simbolo del nostro territorio: il faro di Capo Caccia, eretto proprio in cima allo strapiombo che segna l'estremità del golfo di Porto Conte e sovrasta l’ingresso delle Grotte di Nettuno.
Il faro, che ogni 20” ridona la sua bianca carezza alla stessa spiaggia dalla quale quale ci siamo soffermati ad ammirarlo, ha ispirato pittori e poeti e certamente ha affascinato e rapito innumerevoli sguardi, rimanendo un discreto compagno della storia di questa città e della quotidianità della sua gente, scandendone il tempo, come un cuore pulsante.
Il nostro patrimonio storico ed artistico non è fatto solo di vestigia medioevali o reperti nuragici, ma anche di edificazioni moderne, relativamente recenti, che nell’arco di questi ultimi più frenetici secoli hanno meritato un posto particolare tra i nostri affetti; ecco perché il faro di Capo Caccia deve essere orgogliosamente compreso tra i nostri tesori.
Si tratta di un grande edificio di tre piani intonacato in calce bianca e racchiuso dalla gabbia di Faraday che lo protegge dai fulmini conferendogli, a distanza, un particolare aspetto. La torre del faro è di circa 24 metri che, sommati, all'imponente altezza del promontorio, lo elevano a ben 186 metri sul livello del mare, facendone il faro più alto d'Italia.
Costruito nel 1864 ha prestato un servizio ininterrotto e prezioso, rappresentando una guida luminosa attraverso un secolo e mezzo di evoluzione tecnologica: dall’acetilene, ai vapori di petrolio, fino all’alimentazione elettrica (1861) Oggi monta un'ottica rotante, con lenti di Fresnel con 4 pannelli a 90° equidistanti tra loro di tipo O.R. 375/4 a luce bianca e lampi singoli, costruita dalla B.B.T. di Parigi nel 1951. La potente luce, prodotta da una lampada alogena da 1000 Watt, è visibile a 34 miglia di distanza e da tempo svolge anche la funzione di faro d’atterraggio per gli aerei che scendono verso l’aeroporto di Alghero.
La leggenda vorrebbe certamente che all’interno dell’imponente e solitario edificio a picco sulla scogliera di Capo Caccia si aggirasse un fantasma, ma la famiglia dell’attuale guardiano del faro non ha mai avuto sentore di coabitare con qualche altro misterioso e discreto inquilino. Il luogo è comunque d’una bellezza struggente, romantico, gotico o solare a seconda delle giornate e delle stagioni, una specie di avamposto umano sull’immensità del mare, un ermo colle leopardiano sull’infinito
Ecco dunque la sua luce tornare e ritornare, come tornano e ritornano le onde sul nostro lido, come ritornano le stagioni ed i ricordi, eccolo di nuovo lo sguardo dell’invincibile gigante che veglia su Alghero.

La chiesa scomparsa


di Raffaele Sari Bozzolo

Sull’isolotto detto della Maddalena o Maddalenetta, nel mezzo della rada di Alghero, prima che venisse eretto l’attuale faro di segnalazione costruito nel 1941, spiccava, fino alla seconda metà del XIX secolo, una chiesetta consacrata a Santa Maria Maddalena Penitente, dalla quale lo stretto lembo di terra e scogli ne derivò anticamente il toponimo.
La costruzione di questo tempio potrebbe risalire addirittura al XII sec., quando si edificò il forte della Maddalena che si affaccia sulla banchina principale del porto, a poche miglia dall’isolotto. Tale devozione si lega alla famiglia Doria, che la storiografia vuole fondatrice della nostra roccaforte, poiché essa aveva scelto come sua Santa protettrice proprio Maria Maddalena.
Della chiesetta sappiamo poco e – a dire il vero - non sembrano esserci neppure esaurienti documentazioni che confermino la descrizione più accreditata, secondo la quale essa era di base ottagonale, con un diametro di otto metri e occupava una superficie complessiva di 224 metri quadrati. Nell’interno dovevano esserci un altare maggiore dedicato a Santa Maria Maddalena e ai lati due altari minori, l’uno dedicato a San Pietro e l’altro alla Vergine di Porto Salve. La statua della Vergine di Porto Salve, oggi conservata in una nicchia dell’ingresso che dal porto immette in piazza Civica, è forse l’unico arredo sacro appartenuto a quella chiesetta giunto intatto fino a noi.
Nel 1526 la chiesetta dell’isola venne elevata al titolo canonicale quando il vescovo Michele Guglielmo Cassador fondò sei nuovi canonicati in Alghero.
Il canonico Carlo Mariotti, insegnante di fisica, fu l’ultimo sacerdote che celebrò la Messa in questa chiesetta circondata dal mare. Con una barchetta a remi, accompagnato dal suo sagrestano, vi si recava ogni domenica mattina e nei giorni di precetto. La messa qui era cara soprattutto ai pescatori, ma con l’arrivo della bella stagione, le fila dei fedeli in quel piccolo tempio s’infoltivano perché molte famiglie usavano trascorrere sull’isolotto intere giornate di festa tra spuntini, pesca e chiacchiere.
La chiesetta venne sconsacrata nella seconda metà del XIX secolo, successivamente – forse anche modificato nella sua forma esterna – la piccola costruzione funse da locale per la quarantena; definitivamente abbandonata alla furia degli elementi cadde in rovina e solo pochi brandelli dei suoi muri restarono visibili fino ai primi del ‘900.
Nel 1910 il sacerdote Don Antonio Mura lanciò la proposta alle autorità e alla popolazione di ricostruire la chiesetta, sottolineando il valore tanto simbolico, quanto architettonico di un’opera così particolare; per convincere gli scettici fece persino una campagna di volantinaggio e fece presenti i vantaggi per il turismo locale che potevano derivare da un così prezioso restauro. Nessuno raccolse la proposta e dei pochi resti del tempio non rimase traccia quando, ad un anno dall’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, praticamente sullo stesso basamento, venne costruito il faro di segnalazione che ancora oggi saluta la riva di Alghero. Segnalata nelle carte più antiche del nostro golfo, la chiesa o i suoi resti non compaiono in nessuna foto nota o realistica rappresentazione pittorica: uno strano destino per quel suggestivo avamposto della bella Alghero che compariva per primo a chi vi giungeva dal mare.

giovedì 29 luglio 2010

Petrucci e Fertilia

Agli occhi di un critico d’arte l’architettura del ventennio fascista appare brutta; qualcuno potrebbe obiettare che ciò avvenga più per motivi ideologici che estetici, se è vero che da tempo, soprattutto all’estero, è iniziato un processo di riscoperta e rivalutazione di questo gusto architettonico e di coloro che ne furono i massimi interpreti (alcune opere di Terragni, come la casa del Fascio di Como, o di Libera e Piacentini sono state recentemente restaurate e sono diventate oggetti di studio e culto architettonico) e, come per un effetto domino, sembra ora ridestarsi l’interesse intorno ad un’altra corrente architettonica, quella di Concezio Petrucci, che cercava di mediare tra le innovazioni radicali del razionalismo ed un gusto più classico e tradizionalista. Dunque, se sugli edifici costruiti dagli architetti e dagli urbanisti del regime fra gli anni ’20 e ‘40 pesa un pregiudizio ideologico, figlio di una particolare stagione, diverso comunque deve essere il giudizio dello storico, che scevro da ogni posizione preconcetta, secondo un metro scientifico ed obiettivo, deve apprezzarne il valore di testimonianza di un’epoca.
Fertilia, una borgata del comune di Alghero in provincia di Sassari (Sardegna), forse ancora non incanta il critico d’arte, ma certo rappresenta un prezioso patrimonio monumentale, esempio tra i più nitidi di quell’architettura del ventennio fascista che progettò ed in parte realizzò "citta nuove" in due contesti regionali: il Lazio e la Sardegna. Nel Lazio vennero progettate ed edificate Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia; in Sardegna Carbonia, Cortoghiana, Sant’Antioco, Iglesias, Portoscuso, Arborea e Fertilia.
In particolare Fertilia fu un laboratorio, un progetto di città che poté svilupparsi, dall’ideazione all’edificazione, secondo quel gusto sostenuto dal RAMI (Raggruppamento Architetti Moderni Italiani) che come già detto intendeva conciliare la tradizione classica italica con l’innovazione razionalista del MIAR (Movimento Italiano Architettura Razionalista), cercando anch’esso nuove idee per creare un senso logico e al tempo stesso suggestivo fra la strada e la piazza, fra i palazzi e gli spazi vuoti, come De Chirico dipingeva e studiava sulle sue tele.
A più di mezzo secolo di distanza, del regime fascista, per fortuna, non resta nulla, ma sarebbe assurdo non riconoscere, alle testimonianze di ciò che fu la sua ambizione architettonica ed urbanistica, il senso sperimentale, il progetto di città, condivisibile o meno, ma certamente significativo.
Tra le “città nuove” firmate dagli architetti del Ventennio, Fertilia è una tra quelle che possono vantare una più massiccia sopravvivenza dei suoi edifici e del disegno originario.
Fertilia nacque legando il suo destino alla costituzione e all’opera dell’Ente Ferrarese di Colonizzazione, creato per dare lavoro ad un certo numero di famiglie provenienti dalla Bassa del Ferrarese (Polesine); fu edificata da una progettazione che in prima battuta fu affidata ad Arturo Miraglia nel 1935 e che trovò realizzazione definitiva, nel 1937 a firma dell’architetto Concezio Petrucci e dei suoi collaboratori: l’architetto Mario Tufaroli-Luciano, e gli ingegneri Emanuele Filiberto Paolini e Riccardo Silenzi del gruppo 2PST, firmatario anche di altri importanti progetti come Aprilia e Pomezia nel Lazio. Si attribuisce poi a Marcello Piacentini (architetto ufficiale del regime) la realizzazione del plastico e del piano della borgata, conservato per anni nella sala dell’ex cinema. Città nuova per uomini nuovi, utopia sociale e quindi architettura carica di ideologia e militanza, compromessa nell’azione di un regime che la storia condannerà in blocco.
Resta indiscutibile che le vestigia storiche, seppure d’epoca contemporanea, assumono un valore indipendentemente dalle ideologie o dai regimi che le hanno volute erigere ed è nostro dovere conservarle ai posteri, dovere che evidentemente è stato fino ad oggi malinteso da molti degli amministratori locali, dal comune alla regione, a giudicare dallo stato d’abbandono di molti edifici della borgata giuliana (non stupisca l’aggettivo poiché qui si parla ancora un dialetto d’origine giuliana per il massiccio popolamento di profughi istriani dopo l’ultimo conflitto mondiale).
A Fertilia oggi non c’è neppure una via intitolata all’architetto Petrucci che fu il padre degli edifici più importanti della borgata, forse perché qualcuno ritiene giusto cancellare la memoria di un uomo che lavorò per il regime mussoliniano. Poco importa evidentemente ciò che racconta di lui la sua storia personale, il suo coraggio di intessere un rapporto d’amore fino al matrimonio segreto sul finire degli anni trenta (in pieno vigore delle leggi razziali) con l’ebrea Hilde Brat, esule clandestina dalla Germania nazista, o il rifiuto di aderire alla Rsi (Repubblica Sociale Italiana), e poco importa che da più parti oggi si riconosca il suo valore d’architetto e l’interesse della sua opera.
Raffaele Sari Bozzolo

domenica 25 luglio 2010

DENTRO E FUORI


Dicono sia un poeta triste/ dicono sia un ragazzo allegro/ dicano ciò che vogliono/ le mie malinconie mi tengono compagnia/ e mi divertono/ le mie risate a volte mi bruciano/ come sale sulle ferite:/ io scrivo ciò che vedo/ dentro e fuori dai miei occhi./ Sono in verità un poeta allegro/ d’essere un ragazzo triste.